Davide
Orler
Quasi un testamento artistico e spirituale Il percorso dell’arte, in particolare dell’arte cristiana, che ha cercato di trasmettere e tradurre quel dialogo che Cristo stesso volle infondere all’intera umanità, non poteva e non può che girare attorno ai vari soggetti storici, interpretandoli. Iniziando dalle più lontane fonti bibliche e giungendo ai Vangeli, dalle catacombe in poi l’arte cercò un nuovo linguaggio. L’arte stessa tentò più volte di aprire la porta per arrivare al mistero divino, ma senza dare che qualche flebile intuizione di esso, rimanendo spesso un balbettio dell’uomo che tenta di sviscerare quel mistero stesso, quella poetica che, una volta raggiunta potrebbe giustificare gli sforzi dell’artista.
È questo, quindi, il compito dell’arte: tentar di tradurre quel messaggio che ci potrebbe condurre al mistero della contemplazione, esponendoci a quelle luci ‘taboriche’ che, in certi momenti, hanno raggiunto vette alte nell’iconografia occidentale e orientale.
Dopo il Rinascimento lentamente l’arte perde sempre più quell’intima spiritualità che nutriva la Chiesa dei primordi. Agli inizi del Novecento, tutto sfociò in quell’assoluta libertà di frantumare e dimenticare ogni canone che potesse servire al proseguimento della strada intrapresa in passato. L’arte ha acquisito nuovi linguaggi, ma tutti rivolti all’arte per l’arte, ma senza il supporto per il quale essa avrebbe dovuto servire, quindi come una nuvola in balia del vento, fine a se stessa, farneticante nella pretesa di spiegare tutto e creare valori. E in ultima analisi, autentiche frodi che concorrono solamente a sorreggersi a vicenda in questa pseudoarte.
Tutto ciò spinse Paolo VI nel 1964 a indirizzare quella lettera agli artisti, invitandoli a porre il loro operato al servizio dell’uomo e della Chiesa. Le nuove istanze artistiche devono essere rafforzate ed integrate, coniugando quanto è stato fatto nel passato, con le idee promosse dal Papa.
La libertà assoluta di accogliere qualsiasi forma di religiosità, in una sorta di sincretismo religioso, non può che condurre ad un panteismo dissacrante, fine a se stesso, al trionfo della materia sullo spirito, sostituendosi ai veri ideali e valori che debbono essere perseguiti. Pochissimi artisti percepirono il pericolo e il baratro che l’arte aveva scavato agli inizi del Novecento, percorrendo una propria strada, priva di quel significato e di quella realtà spirituale verso cui deve tendere ogni sforzo umano. George Rouault fu il primo a capire ciò, avendo il coraggio di distruggere le vecchie opere e iniziare così una pittura di carattere esclusivamente religioso; lo stesso Marc Chagall affrontò temi biblici, influenzato forse dall’arte sacra russa, dopo aver trattato anche temi profani e proseguì fino alle splendide realizzazioni nella cappella di Saint Paul de Vence. Lo stesso Matisse era stato folgorato dalla spiritualità delle icone; Felice Carena, nel suo periodo veneziano propose nelle ultime deposizioni un profondo pathos, carico di sofferenza e di amore per l’umanità crocifissa del Figlio di Dio. Infine, quella miriade di illustri santi monaci che, nel silenzio e nella preghiera, trasmisero all’umanità le loro invocazioni ‘scritte’ con le icone, icone così bistrattate, odiate e vilipese da quei funesti regimi, nefasti per l’umanità e che, purtroppo ancora in parte perdurano. Eppure, sebbene in forme diverse quell’orrenda iconoclastia atea e materialistica è, in fondo, riproposta ancor oggi in varie sedicenti forme d’arte e quel messaggio lanciato da Paolo VI, di rinnovarsi cioè nel vero mistero cristiano, è completamente ignorato e disatteso.
Paul Gauguin, in una sua tela di Tahiti, si poneva il quesito esistenziale della vita dell’uomo e oggi, in quasi tutta la pittura contemporanea siamo sempre allo stesso punto o forse in una condizione peggiore, ignorando testardamente che tale domanda e la sua risposta se l’erano posta e avevano risolto il dilemma i primi cristiani con gli affreschi e i graffiti delle catacombe. I popoli antichi dagli Egiziani ai Greci, dagli Etruschi ai Romani, a loro modo, erano stati assai più onesti e sinceri, esprimendo in pittura quel senso della vita in cui credevano. Noi abbiamo, invece, preteso che la materia da sola giunga a vette sublimi. Tutto ciò ovviamente presuppone una fede e un credo, bisogna aver prodotto in noi una rivoluzione interiore, mediante una crisi salutare e risolutiva che elimini ogni nostra negazione e ogni nostra primordialità bestiale, ritornando ai colloqui-preghiera quotidiani e notturni con le fonti eterne della vita, della nostra essenza tutto e del nostro fine, assolutamente certo e preciso. Tutto ciò che è estraneo a questo non è che una dispersione di energie preziose, rivolte a quei lidi spesso funesti, o comunque inutili che, come un falò distruggono lo spirito, così importante e ricco da poter cantare ed esaltare in eterno quel “motor che move il sole e l’altre stelle”.
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